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Satomi Oba, un tesoro internazionale

dal blog lunanuvola

L’abbiamo persa il 24 febbraio del 2005, a 54 anni, per un’emorragia cerebrale. Il suo nome era Satomi Oba: viveva ad Hiroshima, era un’attivista anti-nucleare ed anti-militarista, un’attivista per i diritti umani, un’insegnante d’inglese, madre di quattro figli. Il Giappone ha l’usanza di onorare i propri cittadini di spicco quali “tesori nazionali”; chi l’ha conosciuta, e chi ancora oggi gode dei lasciti del suo instancabile impegno, sa che Satomi Oba era (ed è) un “tesoro internazionale”. Oltre a dirigere “Plutonium Action Hiroshima” in Giappone, ha fatto parte di “Women and Life on Earth”, “Abolition 2000”, “WISE – World Information Service on Energy”, “Nuclear Information and Resource Service”; “Global Network Against Weapons and Nuclear Power in Space”.

Il sistema nucleare, sia il suo uso militare o civile, è uno dei più violenti che la società patriarcale ha inventato e sviluppato. Il potere dell’energia nucleare cresce particolarmente bene in atmosfere non democratiche.” Satomi Oba, 1999

Quella che segue è la traduzione di parte di un’intervista che Anna Gyorgy, di Green Korea, le fece nell’autunno del 1996.

Satomi: Sono venuta a stare ad Hiroshima quando ero una studentessa universitaria nel 1969, e qui appresi per la prima volta i pericoli dell’energia atomica. Ho visto una quantità enorme di immagini del dopo-bomba ed ho ascoltato di persona molte storie di sopravvissuti. Sentivo che quel che era accaduto era orribile, e che dovevamo fare tutto quanto in nostro potere per fermare la proliferazione di armi nucleari. Ma fu sempre allora che cominciai a chiedermi perché la gente di Hiroshima fosse così attiva contro le armi nucleari e non altrettanto contro gli impianti nucleari.

Ho dato inizio a “Plutonium Action Hiroshima” nel 1991, quando lo stoccaggio di plutonio (proveniente dagli impianti di trattamento francesi) era appena cominciato. Ma prima di ciò avevamo già organizzato azioni dopo l’incidente di Chernobyl nel 1986. Da molti anni mi occupo della questione e ormai so, ho visto, che gli impianti nucleari e le armi nucleari sono in origine la stessa cosa. (…) L’incidente di Monju (dicembre 1995, ndt.) è stato a suo modo epocale. Ha mostrato alla gente cos’è davvero un reattore “fast-breeder”, cos’è il sodio liquido (tonnellate di sodio liquido colarono dal sistema di raffreddamento del reattore, ndt.), quanti pericoli l’energia nucleare comporta. In Giappone ci sono oggi numerosi lavoratori che sono stati esposti alle radiazioni e stanno soffrendo. E il reattore di Monju, che è costato 6 miliardi di dollari, è oggi un pasticcio al di là di ogni possibile utilizzo. (…) Giappone e Francia vengono spesso citati come esempi di paesi che hanno avuto “successo” con l’energia nucleare, ma io ho visto gli impianti in entrambi i paesi, ne conosco gli effetti e i ritorni, e so che sono due fallimenti. In gennaio (1996, ndt.) siamo andati in Francia: sopravvissuti, attivisti di base, residenti di seconda generazione, a tenere un esposizione sul bombardamento atomico di Hiroshima, per opporci al test nucleare francese nel Pacifico del sud. Mentre a Parigi i sopravvissuti mostravano le immagini di Hiroshima e raccontavano le loro storie, io sono andata al Centro di La Hague, il porto vicino a Cherbourg da dove le scorie radioattive vengono mandate per mare, e al reattore Super-Phoenix. (…) La questione delle scorie non ha una vera soluzione. L’unica soluzione è smettere di produrne. A La Hague lo stoccaggio di scorie ha contaminato il territorio in maniera seria. Il governo non ha effettuato alcuna ricerca, e non possiede alcuna documentazione al proposito: sono i gruppi di cittadini che hanno sollevato la questione, osservato, fatto ricerche, prodotto la documentazione ed infine rivelato il livello di contaminazione a La Hague. Di scorie radioattive ce ne sono già troppe, avrebbero dovuto pensarci prima, trent’anni fa, e quelle che ci sono vanno tenute d’occhio e al sicuro dove sono state prodotte, e non portate in giro per il mondo. Ma la cosa principale sarebbe almeno riconoscere onestamente che una soluzione per le scorie non c’è. (…)

Dopo Chernobyl tantissime persone in Giappone, in maggioranza donne, hanno cominciato ad essere attive contro gli impianti nucleari, così il governo e le industrie ci hanno pensato su un bel po’ e se ne sono usciti dicendo che il nucleare è “energia pulita”, e ci hanno inondate di dépliant e propaganda sulla “protezione dell’ambiente”; danno persino soldi ai gruppi ambientalisti, ma certo non a noi, che lottiamo contro le centrali. Le donne in Giappone sono le leader dei movimenti di questo tipo, che nascono dal basso. Non seguono nessuno, guidano e ispirano, e lo trovo meraviglioso. L’idea della mostra in Francia è venuta dalle donne. E quando sono andata a Panama, per fermare l’imbarco di scorie altamente radioattive, gli altri tre membri del gruppo d’azione diretta erano donne. Dei 150 membri attivi di “Plutonium Action Hiroshima”, la maggioranza sono donne.

Maria G. Di Rienzo

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